Devo ammettere che tutto quell’orgoglio così profondo che nutrivo da giovane per questo Paese oggi mi appare oltremodo esagerato, e al momento comprendo che soltanto un sentimento così sincero e una fierezza tanto sentita può spingere a imboccare sentieri diversi e percorrere destini strani e inverosimili.
E’ questa la strada di chi viaggia seguendo il destino che conduce ad incontri più o meno simpatici, a scambiare piacevoli battute o controverse opinioni, a dividere la stessa tavola o i diversi steccati, a confessare le poche gioie e le tante pene, per poi rimettersi in strada e ognuno riprendere il proprio cammino, così quelle voci, quei volti, quelle confidenze restano confinati in un angolo della memoria, anche se talvolta, per ragioni non sempre tanto chiare, riaffiorano per rammentare la vita che fugge via.
E infatti il racconto di persone che si muovono in spazi domestici e civili, di rapporti piacevoli e familiari, di anime dolci scaturite da un sogno, il ricordo di ogni sentimento possibile in luoghi appartati ed intimi, di quel trascorso giovanile sulle tante strade impolverate di politica, di quel passato che non c’è più, me lo porto sempre dentro nel cuore.
Ho sempre ammirato la bellezza di questo Paese, il lungomare, la spiaggia a suo tempo veramente d’argento, la sua breve storia con i suoi più o meno illustri personaggi, la ricchezza del territorio e della sua gente, giorno e notte impegnata nel paziente lavoro di pelletteria.
E adesso lo ritrovo da sembrare un Paese devastato da zombi che si muovono solo di notte, un luogo desolato, un pianeta abbandonato da mostri alieni, un incubo della mente, un Paese devastato da una specie di spettri irreali, una desolazione senza scampo, una storia senza limite né fine, dove tutto si rincorre in una specie di vortice.
Bus, auto, moto, bici, pedoni, terzomondisti, mendicanti, ubriaconi, baldracche, pelandroni, spacciatori, vu cumprà, teppisti, straccioni, furfanti, ladroni: insomma un caravanserraglio indicibile di fronte al quale mi chiedo se davvero questa era la sublime culla della civile Alba, ordinata e vivibile, immaginata e prospettata a suo tempo dai Padri fondatori come una città modello.
Qui sono venuti ad abbeverarsi alla fonte della sua bellezza turistica una rete di alberghi, pensioni e villaggi turistici, servizi di ospitalità ricercati dai viaggiatori teutonici; qui hanno trovato crescita d’affari estremamente ricca uno sciame di ristorazione e d’intrattenimento, con il non facile compito di placare l’invasione pendolare di una Val Vibrata ingorda e insaziabile; qui sono nati e sbocciati come funghi operatori e agenzie turistiche, per svago, riposo e vacanza; qui ha scelto di morire dapprima il settore della pelletteria in uso in molte case private ed oggi l’attività di commercio strozzato e soffocato dai nuovi centri commerciali.
La bellezza del territorio, l’accoglienza più raffinata, le maniere più dolci, gli spiriti più aperti, buttati nel cassonetto come rifiuti senza valore; e adesso poi con l’idea progressista delle porte aperte, della solidarietà, dell’ospitalità, della tolleranza, del dentro tutti, tanto… hanno stravolto la nostra immagine, calpestato il nostro fascino, umiliato la nostra tradizione.
Ed oggi come albense sento un moto di rabbia e vorrei urlare di stendere un cordone sanitario intorno ai nostri confini, sbattendo fuori coloro che non hanno diritto di abitarvi, coloro che rubano, sporcano, sfregiano, riconsegnando agli albensi il loro paese.
Sull’onda di questo furore, mi chiedo se esistono amministrazioni che veramente hanno a cuore le sorti di questa nostra Alba, così bistrattata e offesa, invasa non soltanto da branche di strafottenti turisti, compresi i tanto furbacchioni nostrani, ma anche da orde di immigrati (in parte disperati e in parte delinquenti).
Sono vecchio, ora. Non ho più vent’anni, e sono stanco. Per questo ho deciso di rompere il silenzio. La memoria, quella sì, è pronta e veloce e mi spinge a un confronto, doloroso, tra il passato di allora e il presente di oggi. E il giudizio purtroppo non è positivo.
Sono passati tanti anni, sto qui e ancora mi chiedo: Cosa resta delle nostre speranze, delle nostre ragioni, dei nostri ideali ? zac
Nessun commento:
Posta un commento