sabato 30 maggio 2015

GLI IMMIGRATI DEL FERRO DI CAVALLO

Lo scontro interetnico ad Alba Adriatica nel ferro di cavallo (disegnato da Via 24 Maggio, Via Principe Umberto, Via Regina Margherita)unitamente alla parte iniziale di Via Roma, ha portato nuove sofferenze a due categorie di persone, del tutto incolpevoli: i vecchi abitanti della zona e gli immigrati che qui hanno investito e vorrebbero lavorare in pace.
Gli albensi di questa zona, esasperati, e impossibilitati ad andarsene (anche, probabilmente, in molti casi, a causa del deprezzamento subito dai loro alloggi), denunciano le condizioni di degrado e la mancanza di sicurezza. Ma anche gli immigrati che lavorano hanno la loro pesante dose di disagi. Non sono, presumibilmente, venuti ieri quei Rom a metter su casa e prole a sentire qualcuno dire: “A metter il culo a riposo tutto il giorno ci sono troppe facce che vedo in giro a non far niente da una vita”. Come non sono, certamente, calati dal cielo quelle etnie nere e gialle a metter su tenda e negozio a sentire qualcuno inveire: “Devono prenderli a calci e mandarli tutti a casa”.
Ci sono in gioco due questioni, difficili da gestire.
La prima riguarda il grande centro commerciale che ha inizialmente investito tutto il settore commerciale, nonché poi il ruolo di primo piano della crisi economica che ha spinto verso una vendita forzata delle attività e conseguente affitto dei locali rimasti vuoti.
La seconda riguarda la formazione di ghetti multietnici all' interno della comunità, nonché il ruolo di primo piano che la fratellanza svolge sempre nelle relazioni di sostegno e di solidarietà tra questi gruppi etnici di provenienza diversa, che talvolta sfocia purtroppo in attività clandestine.
Ciò che è successo qui ad Alba è già accaduto in altri quartieri metropolitani e in tante altre città.
Combattere questo fenomeno è difficilissimo e non porta da nessuna parte. Ma lo è ancora di più se tanti settori di opinione pubblica mostrano un'indifferenza che sfiora un menefreghismo sordo e incivile verso l’integrazione sociale e umana. Come è fin qui accaduto.
Che senso ha, in nome di una sciatta e del tutto ideologica «difesa degli ultimi », fregarsene delle gravissime conseguenze che questa insensibilità porta con sé e che sono destinate a pesare sia sugli albensi che sugli immigrati regolari? Le probabilità di contrasti etnici, quanto meno, diminuiscono se l’emarginazione viene contenuta e la disponibilità all’accettazione è raccolta e recepita.
Quella che sembra sfuggire a molti, o che probabilmente troppi fingono di non capire, che esistono delle soluzioni coraggiose a contenere il degrado, che esistono modi civili di accoglienza, e di trasformazione di questi soggetti senza patria in cittadini dotati di diritti e doveri come gli altri cittadini.
A questo mondo o si va avanti tutti insieme o si subisce la rassegnazione che regola tutto a suo comodo.
Non spenderò certo una parola di più a spiegare le soluzioni coraggiose, i modi civili e i contenuti dell’intero progetto da applicare nella zona in oggetto per migliorare, per tutti i residenti, la vivibilità del quartiere, per non offrire facile sponda a qualche ingordo succhia-idee.
La seconda questione riguarda la formazione di ghetti multietnici. E' un problema facile da risolvere se sapremo far valere uno spirito aperto al dialogo, alla comprensione e al rispetto delle diversità. A causa del fatto che i ghetti si formano quasi sempre in modo spontaneo, seguendo dinamiche che sono proprie della mancata condivisione e relazione di vincoli e affetti, di costumi e modelli, di formazione e cultura, eccessivi concentrazioni etniche nelle aree urbane degenerano molte volte in mascalzonate illegali, a inevitabili forme di rancore e a processi di maggiore emarginazione. E quando il peggio è compiuto, il quartiere si riempie di immigrati poveri ma soprattutto anche di furfanti e delinquenti.
E' allora diventa difficile bloccare questi processi.
Tra il «vorrei ma non posso» di qualcuno e il «se potessi ma non voglio» di qualche altro, non si vedono spiragli. Sarebbe già tanto se, almeno, imparassimo tutti un paio di lezioni. La prima è che in una condizione del genere nessuno può fare a lungo il furbo. O rispetti le regole con cui ti sei impegnato a giocare o ne pagherai le conseguenze. Qualcuno dovrebbe spiegarlo bene a tutta questa gente.
La seconda lezione è che l'ipocrisia è dannosa. Che senso ha ostentare il massimo rispetto democratico per le diversità, e poi fare l'esatto contrario di ciò che si sbandiera a destra e a manca? Non è forse questa una situazione nella quale si dovrebbe cercare la massima convergenza possibile sulle cose da fare? La sola cosa buona è offrire un'occasione di rinsavimento, e spingere a mettere da parte i paraocchi.
Speriamo che non venga sprecata. zac

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