sabato 30 maggio 2015

E’ IL MOMENTO DI DECIDERE

Analisi di partenza.
Il secolo delle forti passioni ideologiche è tramontato con lo scorso millennio; le grandi inimicizie che hanno dominato il secolo delle guerre civili e mondiali sembrano lontane. Il veleno dello scontro ha perduto i contenuti storici e le motivazioni ideali ma sopravvive virulento nelle forme del livore, del disprezzo, dell’astio, del razzismo etico e politico, fino a sconfinare dall’insofferenza nell’indifferenza, dall’avversione nell’antipatia.
L’ideologia, che pervase l’intero novecento italiano, dapprima generò il fascismo e l’antifascismo e il più forte partito comunista d’Occidente, a cui seguì il Sessantotto che da movimento si fece mestiere e comportò l’egemonia culturale e ideologica della sinistra. Poi produsse l’odio degli anni di piombo, il terrorismo nero e rosso, l’Autonomia e l’estremismo. Nell’elevazione del nemico a simbolo del Male si volle colpire un intero blocco sociale, un genere di pensiero, una classe dirigente, un’ideologia, un’idea di vita e di costume.
Poi quella stagione finì, ma “È RIMASTO IL VIRUS VENEFICO SOTTO LA CENERE”, che il bipolarismo italiano del nuovo millennio ha convertito in risentimento, avversione, espulsione , esclusione, distacco. L’odio ha smesso di essere ideologico per farsi ad personam : si odia ad altezza d’uomo in quanto rappresenta idee divergenti e pensieri avversi, o ostacoli fastidiosi e allergie insofferenti.
Il nostro tempo è pervaso di fobie e misantropie, di ossessioni e scontrosità, di paure e angosce, di egoismi e personalismi, di antipatie e fastidi.
Nell’era dominata dall’economia Il nemico è depotenziato al rango di concorrente; il campo elettorale muta in competizione, come il nemico in politica è solo avversario. Pur tuttavia “uno strato negativo sopravvive allo stato puro”, seppur avvertito in superficie, sotto nuove forme ed espressioni, che in genere si nutre della convinzione che ci sia una congenita superiorità etica e civica, morale e intellettuale di una parte rispetto a un’altra, ed è mosso da egoismo e interessi nei confronti di qualcuno che si ritiene essere di ostacolo ai propri scopi.
Si arriva a degradare il qualcuno che ci intralcia al rango di qualcosa: non lo vediamo come soggetto, con la sua storia, la sua vita, le sue ragioni, le sue pulsioni, i suoi sentimenti, ma solo come oggetto da buttare via, puro impedimento da togliere, semplice scoglio da superare, muro, blocco, ostacolo, intralcio da abbattere ad ogni costo.
“Se la politica nasce a partire dalla designazione del nemico, vuol significare che si parte già con propositi e finalità illegali, guidati da egoismi e affari loschi”, per cui si avverte anzitempo una minaccia incombente alla massima potenza e la si sente infinitamente vicina e ingombrante quando è ancora infinitamente lontana ed estranea.
E la storia umana, da Caino a Romolo, nasce da un atto originario di odio e rancore alla massima potenza, da un fratricidio, cioè da coltelli puntati verso il fratello di sangue.
Analisi locale.
Ma “è anche la storia vissuta in casa dietro quattro pareti di un Circolo” fondato sulla paura di una parola, su un particolare di pensiero, sulla sfumatura di un dettaglio, su un evento marginale e irrilevante. Il rancore per una parola andata di traverso, il timore che possa nuocere alla propria carriera, l’acredine nutrita verso chi possiede risorse di idee nocive, la minaccia percepita per un complesso d’inferiorità hanno trovato facile presa in questa comunità senza anima, in questa casa del Popolo senza umanità e in questo Partito della libertà senza socialità.
Il disprezzo della verità, il fastidio della critica, l’imbarazzo della contraddizione, insieme ai palafrenieri di corte, alla ricerca disperata di posizioni e poltrone, TENGONO PRIGIONIERO UN INTERO POPOLO DI CENTRODESTRA, circondano la casa della libertà di sterili profilattici, fortificano d’incapacità costruttiva la tensione dialettica e creano malumori, steccati, tensioni, distacchi e disaffezione.
Se a qualcuno capita di venire in Viale Vittoria e di passare davanti al Circolo del Popolo della Libertà non si sorprende della porta chiusa e delle luci spente: sa già che “da queste parti la politica è morta e bella che sepolta”, perché ormai a questo è ridotto questo misero Circolo di Paese! A malincuore siamo costretti a certificare definitivamente - non per colpa nostra, a dire il vero – LA MORTE PER EUTANASIA DEL PDL avvenuta a seguito di presuntuosa politica posta sul nulla e comprovata incapacità di produrre uno straccio di progetto da parte di figurine poste sullo sfondo di questo cadavere di circolo albense.
Questa è oggi la politica albense del Popolo della Libertà.
Il fatto è che, da parte nostra, non siamo disposti ad accettare alcuna pietosa giustificazione che intenda far passare l’ammucchiata elettorale prossima ventura per un patetico scontro tra due pre-adolescenti ancora alle prese con la misurazione del pene ideologico, e la mancata assunzione di responsabilità del naufragio per una stucchevole, noiosa, ripetitiva canzoncina, per poveri di spirito, partorita dal furbetto di turno.
Perché una cosa deve essere chiara sin da ora, e siamo disposti a ripeterla fino alla nausea.
La manifesta incapacità della politica e di chi la pratica, di codesto organismo di partito e di chi l’ha scelto, a mettere in atto un’azione vasta e profonda di rinnovamento ricco di forze nuove e giovani, di ripensamento totale del valore delle maturità ricche di idee ed esperienze, di riscrittura delle regole di comportamento e di funzione, e di apertura di una nuova autentica stagione di progettazione ideale, non può in alcun modo essere contrabbandata con una pacca sulla spalla o dimenticata come un atto di raccolta di rifiuti organici, ma va denunciata per ciò che realmente rappresenta.
Ovvero il più bieco e colpevole tentativo di talune mummie pietrificate di perpetuare se stesse in eterno, fino all’ultimo giorno delle loro lucrose esistenze – mentre un pensiero critico, nuovo e diverso, proviene dalla società civile stanca di non essere ascoltata nei bisogni, di subire ingiustizie sociali e di pagare il conto per incapacità amministrative imposte da culture senza idee e senza identità.
Certe generazioni invecchieranno così senza potersi mettere in gioco, senza poter avere mai un peso reale sulla vita di questo paese, senza poter aspirare ad altro che al ruolo di comparse sullo sfondo, manodopera buona a ingrassare ed a incrementare i partiti, ma senza voce, senza rappresentanza, senza speranza.
Siamo alla desertificazione della politica, poggiata su macchiette dure a morire, che si fanno forte sulle altrui debolezze , dove nessuno sente il dovere di impegnarsi a ricostruire sulle macerie rovinose del passato una unità sostanziale, sempre inseguita, del centrodestra albense, dove nessuno avverte la sensibilità di formare una nuova classe dirigente, dove nessuno è disposto a svolgere un’attività costante sul territorio, su tematiche che interessano l’intera cittadinanza.
E’ davvero questo il futuro che vogliamo per il nostro paese?
Proposte di Risveglio Albense.
Senza tema o paura al Coordinatore Rasicci diciamo che è un futuro che non ci piace. Per questo alziamo la voce.
Si coglie l’occasione per ribadire che “Risveglio Albense” non è nata con l’intento di creare discrepanze e turbamenti, tantomeno acredine e divisioni, ma “con l’intento fortemente voluto di riunire tutte le componenti territoriali che compongono il tessuto sociale albense, creare un punto di aggregazione civile e iniziare un percorso comune di conoscenze, di scambio di idee e di esperienze “.
La contesa è aperta su un fronte di RISVEGLIO DELLE COSCIENZE, SU UN TERRITORIO DI CONSENSO MORALE PRIMA CHE POLITICO, alla conquista strategica delle vette più virtuose e decorose delle persone, dei cuori più giusti e degli animi più onesti. La base del consenso ha radici etiche di onestà ed imparzialità e lo spazio di manovra è concentrato sulla società civile che nella moralità trova la causa per cui valga la pena combattere.
Iniziamo quindi a guardarci negli occhi e a ripetere le cose che non vanno e che dovevano essere fatte o le persone diranno che siamo complici ed eviteranno di stare al nostro fianco o di unirsi alla nostra causa.
Direttivo.
Quando parliamo di politica da questa parte, da questa parte di Risveglio albense, intendiamo farlo volando alto e vantando esperienze che altri possono solo sognare o peggio bofonchiare e scimmiottare senza alcun costrutto. Chiudiamola qui pertanto con questo siparietto di varietà del Direttivo, che non merita citazione, ma solo un appunto che non riusciamo a trattenere per abbonati detrattori che non ci vanno proprio giù come utilità civica e non meritano altro spreco di parole come forma mentis. E quando affermiamo che non hanno né consapevolezza dei problemi né padronanza degli strumenti per affrontarli, lo facciamo convinti che con questi non si va da nessuna parte e che il problema riguarda tutto il centrodestra incapace di liberare le energie più feconde e creative, che tocca l’intera classe dirigente del PdL, impotente ad offrire alternative a tale cecità e riguarda l’intera comunità albense, all’orizzonte della quale non sorge alcuna prospettiva veramente credibile e alcun programma capace di parlare la lingua delle necessità e del sociale. “Abbiamo chiesto un rinnovamento e nella forma e nella sostanza.” Evidentemente non si vuol capire o quanto meno si preferisce il solito tran tran della minestra scialba e riscaldata. Comunque va detto che la nostra pazienza è finita e non ci consente di tenere allacciato una presa senza corrente o di arrivare al traguardo senza pensare al tempo.
Opposizione.
Non spetta poi a Risveglio Albense parlare di credibilità dell’opposizione in Consiglio comunale (Riccardo Iacono assente 14 su 30 sedute), né ha senso votarsi alla speranza salvifica di una RAPPRESENTANZA FRANTUMATA E SENZA NERBO, dato che la nostra povertà politica è solo una tessera di un mosaico più vasto e dolente. Non basta salvare qualche amico che ci ha confidato il malumore, la disperazione e l’insofferenza di una parte. E’ molto, ma non è abbastanza. Si deve chiudere la fessura in cui s’è piantato il piede di porco degli egoismi di famiglia e dei mercanti di quartiere, che troppe volte hanno condizionato le liste e la nostra classe dirigente. Già da tempo avremmo dovuto prendere l’iniziativa nei loro confronti. Lo dobbiamo fare ora se non vogliamo cedere all’idea che si possa mettere il pilota automatico nelle loro mani, perché sarebbe l’ultimo e il più tragico degli errori il solo pensare che, scoccata l’ora, la zucca colma di illusioni diventi una carrozza dorata di promesse mantenute.
Alternativa.
E in quanto ai generali che pensano di “guidare eserciti senza aver assaggiato il rancio da soldati” o pensano di avere nel Dna l’imprimatur divino della nobile discendenza della stirpe Draconiana, che la leggenda ci tramanda amanti della violenza e privi di ogni tipo di pietà o di misericordia, è difficile per noi di “Risveglio albense” non rispettare la particolare usanza che, per poter trovare un avversario alla propria altezza, un draconiano deve affrontare un altro draconiano. Che detto per inciso s’intende OGNUNO PER LA SUA STRADA. La conta finale dei caduti si prevede prevalente sul campo avverso non certo per il numero quanto per l’esito sul panorama comunale e soddisfacente su questo versante almeno come rimborso per analoga situazione verificatasi in tempi non tanto remoti da essere facilmente dimenticati. E se proprio occorre affondare la lama sulla ferità, si avverte ancora un fastidioso prurito, un’aria fredda, un’atmosfera imbarazzante e talora malsana nei rapporti tra le diverse anime del PdL. In verità si tratta più di diffidenza che di rancore, più di orgoglio che di cattiveria, più di ambizione che di disprezzo. Un franco e trasparente dialogo, da noi tentato nell’ultimo periodo, non ha portato a nessun cambiamento sostanziale ed anzi ci ha frantumato ogni riposta speranza. Nessuno di noi ha mai giocato a nascondino, tantomeno ci siamo divertiti a mettere trabocchetti lanciando sassi e nascondendo la mano. Come gruppo di “Risveglio albense” il nostro dire e fare rimane trasparente e chiaro, né intendiamo sbarazzarci dell’unica voce di vera opposizione nel centrodestra albense.
Visibilità.
E’ normale di questi tempi additare nella persona del Commissario L’UOMO DA COLPIRE CON LE FRECCETTE INTINTE DI CIANURO PER RESPONSABILITÀ OGGETTIVE nell’aver inasprito un dialogo ed esasperato un rapporto tra le varie componenti del centrodestra albense e per aver maldestramente incrinato un confronto iniziato proprio sulla trasparenza e lealtà. Sarebbe assurdo far finta di nulla quando vengono toccate le corde più sensibili e toccanti di una vita spesa nel suonare ai sordi le note più calorose e sociali da un pulpito troppo inviso e mal tollerato da una platea che sino all’altro ieri pensava solo ai cazzi loro e alle loro prebende. Ascoltarli oggi nei loro farneticanti deliri è disarmante ed avvilente per la politica del PdL e per le orecchie degli asini. Abbiamo inutilmente provato a tapparceli anche noi di Risveglio Albense. Abbiamo gioito quando il silenzio dominava sulla platea. Soffrivamo quando veniva rotto dal belare senza senso. O dai pavoni del circo(lo) in giocosa mostra di ruote variopinte. Nella capanna dello zio Tom, dove si campa con pane e acqua o si vive a malapena con un solo stipendio da fame, si entra in punta di piede e con il cappello in mano, possibilmente senza clamore o tromboni al seguito. E se proprio non potete fare a meno d’irritare la gente, venendo meno alle aspettative e ai bisogni sociali, poi non lamentate le negative risposte elettorali, o di non conoscere i motivi di un tracollo come quello subìto quattro anni fa.
Progetti.
Riacciuffare una parabola discendente di un treno partito senza bagaglio culturale , privo di passeggeri nei vagoni vuoti e assenza di idee forza per le caldaie della locomotiva, resta impresa non facile o, se preferite, non conveniente a sentire l’umore della gente, la sazietà di Berlusconi, la resa della politica, il distacco della spina ideale e il menefreghismo degli apparati di partito. Mutati sono i tempi, spente le insegne, bruciati gli ardori, svanite le idee, stracciati gli accordi, respinte le avances, scomparsi i porta-voti, fucilati gli amici, e spariti persino gli obiettivi, non resta nulla del passato se non la scappatoia di INNOVARSI SU PIATTAFORME NUOVE, ricercare nuovi soggetti aggreganti e scoprire nuove forme organizzative altrove già manifeste e tastate con successo. Rimanere agganciati al treno che sbuffa e prossimo al deragliamento lo lasciamo alla ciurma che sbevazza allegramente per le cariche riportate senza gloria e accampate su molta aria fritta.
Il tempo del vivere di rendita sull’immenso patrimonio di Arcore, o del respirare con l’aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre, o del difendere trincee organizzative sulle quali è già passato il carro armato della tecnologia, o del servire politiche decomposte, dispersive e senza prospettive, ebbene il tempo, questo tempo delle vacche grasse è già passato, “è diventato tenebrosa soffitta il PdL”, archeologia il partito inteso come base di concentrazione ideologica ( già venuto meno al compito dal lontano 1989, dalla caduta del muro di Berlino ), sono diventate “strutture deserte e decrepite i circoli” ritenuti simboli territoriali di aggregazione ( ma in verità arene per grandi conflitti ), ed anche anacronistici gli strumenti di gestione e di organizzazione, le tecniche di visibilità e di raccordo con l’elettorato, i criteri di composizione dei progetti e di studio delle alternative, DOMINANO INCONTRASTATE TALUNE IDEE COME CULTURE DECOTTE, le analisi prodotte sono divenute incerte e fumose boccate di sigarette e le soluzioni proposte simili a ciambelle di salvataggio vane e improponibili su un oceano burrascoso come quello albense.
Futuro.
Manca la volontà d’immaginare un futuro diverso nella costruzione di un progetto politico e la capacità di COSTRUIRE UN’ALTERNATIVA DI PROPOSTE SOCIALI che tenga conto dei bisogni della gente e delle aspettative dei giovani. Da noi, là fuori, la società civile si aspetta un salto di qualità come partecipazione, comprensione e solidarietà fattiva e progettuale e pertanto il chiuso delle botteghe e le muffe dei fatiscenti Circoli non producono più valore aggregante o capacità di manifesta vicinanza o il merito di macinare idee e progetti. Non hanno più la funzione per i quali sono nati, ma nel tempo hanno assunto per procura la copertura in garitta per addetti a sorveglianza e il compito di una semplice palestra per astiosi scontri personali. Nel frattempo “la politica resta fuori dalla porta” dimenticata e non più rifornita né dall’impegno spassionato né da seri contenuti. La risposta alla desertificazione sempre più invadente di questi serbatoi e alla resa senza condizione della politica nei contenuti è dovuta alla nascita delle varie associazioni di settore e di molteplici coalizioni di categorie, che nell’insieme si propongono di raccogliere nelle oasi territoriali le diverse istanze che provengono dalla base popolare non più recepite e rappresentate dai partiti.
Al contatto dovuto con queste realtà già operanti, occorre recepire quanto di buono viene proposto al di fuori come soggetti in azione e forme in movimento rappresentate dai nuclei familiari o voci di quartiere, gli uni nati a sostegno di interessi privati e gli altri alla ricerca di un megafono più ampio delle istanze rionali, spesso meno sostenute e finanziate. Un esempio che sottopongo alla vostra attenzione è la possibilità data in passato al “comparto industriale e commerciale” di svilupparsi intorno al casello autostradale, che ricordo in origine aveva altra ubicazione e destinazione, ma poi una precoce menopausa ha reso sterile l’occasione a discapito certo di nostri cittadini che in quell’area avevano riposto speranze di investimento e di sviluppo, ma soprattutto a danno di tutto il settore commerciale, già oggi largamente penalizzato e azzoppato da una concorrenza lobbistica senza scampo. Porre le basi per “riqualificare quella zona attraverso investimenti infrastrutturali” dando sfogo verso sud ad una viabilità di per sé collassata potrebbe essere un buon inizio per indicare un primo cambio di rotta ormai necessario e urgente. Di certo non basta un semplice cimitero o un campo di calcio ad attirare investimenti ed interessi, urgono nuove idee, nuove iniziative, stimoli nuovi e compatibili col territorio e condivise con i residenti locali.
Non possono certo essere dimenticati gli “interventi d’immagine” da ristabilire nel cosiddetto ferro di cavallo in entrata e infrastrutturali (rotatoria) in uscita a sud del gattopardo, ridare significato e valenza al centro storico di Viale Vittoria trovando risposta per esempio con un mercato outlet di tutti i negozi, puntare sulla “vivibilità del territorio”, ritornare a qualificare i comparti e a smetterla con i casermoni e le celle di convento, riordinare un assetto di sviluppo troppo sbilanciato sul territorio, tornare protagonisti nella città territorio della Val Vibrata per “coinvolgere l’intero entroterra sui temi dei servizi” (si usano le discariche dell’Emilia Romagna per lo stoccaggio dei rifiuti), delle infrastrutture sia esse sanitarie che stradali e fluviali, della logistica progettuale (coordinamento, progettazione, realizzazione e gestione di opere e complessi sociali), cioè ripensare in definitiva a una “comunità più umana, più unita, più sensibile” nei rapporti e nei bisogni.
Socialità.
Ma le urla più risentite provengono dalle famiglie rinchiuse dentro gli appartamenti che lamentano “una mancanza di sicurezza per il futuro e per i figli” lasciati ai margini di uno straccio di lavoro e pertanto senza possibilità alcuna di coltivare speranze e fiducia. Non abbiamo conosciuto un Paese più scassato ed infelice nel trascurare, nelle scelte politiche, un bisogno così pressante e stringente come quello dell’occupazione e del lavoro. Non abbiamo conosciuto amministrazione più sorda e insensibile alla necessità vitale su scala sociale di raccogliere energie per attutire l’impatto negativo sulla società e distruttivo sulla famiglia. Di proposito abbiamo voluto toccare questo tasto dolente per chiedere “a chi tra noi interessa questo problema, chi deve farsene carico come impegno civile di vicinanza e di solidarietà, a chi tocca rompere il muro della sfiducia nelle istituzioni”, se non “ALLA POLITICA FARSI PROMOTORI DEL PROGETTO”, ripeto su indicazione ed ispirazione politica, di coordinamenti porta a porta, di dare forma a cordate di supporto, a centri formativi professionali, a corsi di riqualificazione, a movimenti di azione prettamente sociale.
Nel gioco delle parti che prevede che le associazioni e i movimenti rivestano un ruolo politico ci sta tutto, ci stanno le manifestazioni, ci stanno le sdegnate prese di posizione, ci stanno le richieste. Ma ”L’AMARO SAPORE CHE RIMANE IN BOCCA” è che dal mondo che esprime le nostre culture politiche, dal Partito del popolo e della libertà, “non si leva un’articolata, stringente, acuta, manifesta tradizione sociale verso chi soffre del diritto al lavoro inteso come libertà sociale”. Si sentono posizioni scoordinate, non chiare, pressapochiste, in una sola parola «stanche». Si sente la voce di un mondo non del tutto convinto di quello che dice, che protesta sul sentito dire e all’interno del quale l’afa del «distacco» è sempre pronta a diffondersi. Eppure la lezione che ci viene dagli USA, sul fatto che vediamo i candidati andare in giro con i pullman e i megafoni a stringere le mani strada per strada e i supporters passare casa per casa a dare manforte, dovrebbe essere uno stimolo per la politica per tentare di colmare il distacco dalla realtà civile. Evidentemente non lo è dalle nostre parti. O peggio ancora nella nostra tradizione e nel nostro bagaglio culturale.
Speranza.
Non meraviglia affatto quanto pubblicato dal Sole 24ore sull’annuali classifiche di gradimento elettorale per presidenti Regionali e Provinciali. Le domande erano abbastanza chiare e dirette: “Le chiediamo un giudizio complessivo sull'operato del Presidente della regione nell'arco del 2010. Se domani ci fossero le elezioni regionali, lei voterebbe a favore o contro l'attuale presidente di Regione ?” Gianni Chiodi e Ugo Cappellacci hanno fatto registrare nella classifica un impietoso ultimo posto. Stessa formula per l'indagine statistica sulle Province. Valter Catarra e l'amministrazione Provinciale di centro destra sono riusciti dove nessun avrebbe mai osato, perdere cioè un altro 3 % ed essere da sola all'ultimo posto in Italia. 107esima posizione su 107 province. Numeri da dimissioni. Al peggio non ci sarebbe mai fine, se non fosse, che il Presidente Catarra non gradisce di essere contraddetto, perché la sua sensazione del territorio è di Buon Governo. Beato Lui e la sua politica sensitiva. E poveri noi averlo come Presidente.
I Presidenti di Circolo, i coordinatori, gli eletti nelle istituzioni e nelle assemblee non stanno onorando la propria battaglia perché la combattono maneggiando con approssimazione armi arrugginite e baionette spuntate e non hanno capito che l’unica strada che porta al consenso, sia dentro che fuori il partito, è ROMPERE CON OGNI MEZZO IL MURO DELL’INDIFFERENZA, DEL FASTIDIO, DELL’IMPOVERIMENTO MORALE, del deserto ideale, dell’isolamento in cui la politica e il partito del Pdl indecentemente si è cacciato e ritrovare la forza e la volontà di impegnare il proprio destino nel terreno di centrodestra in cui cominciare a mettere i semi del proprio risveglio e rinnovamento.
Richieste di partenza:
Moralità
Avevamo chiesto franchezza e trasparenza nelle scelte, ONESTÀ E CORRETTEZZA NEI COMPORTAMENTI come punto di partenza. Di ipocrisia e avidità son piene le stanze dei partiti, non forniamo a loro alcuna fiducia. Spostiamo anzi la battaglia sul territorio morale dove l’avversario è più debole e la reputazione è più torbida. Facciamo nostro il linguaggio della gente comune con toni il più possibile forti, in termini chiari, dato che è difficile che le persone combattano per un’area grigia. Rivelare le ipocrisie, mettere in risalto le contraddizioni sociali, battere sul chiodo dell’opulenza e della ricchezza è forse l’arma offensiva più letale dell’arsenale morale: la gente per natura non vede di buon occhio gli ipocriti, i ricchi di portafoglio e i miseri di cuore.
La moralità appunto come primo strumento di una vera e propria battaglia politica.
Trasparenza.
La scelta degli uomini, all’interno di questo recinto di trasparenza, dipende dalla CONDIVISIONE DI QUESTA CULTURA E DI QUESTI STRUMENTI come una maniera di differenziarsi da una classe politica che si serve dello Stato invece che servire lo Stato, che giostra a monopoli col territorio invece che ascoltare il territorio, che scambia un luogo di partito come un personale possedimento e non come terreno d’incontro popolare, che usa una poltrona per riposare le proprie chiappe invece di alzarle per non offenderne la funzione, che fa il vanitoso nel PdL nel fare incetta di tesseramento invece che la raccolta di un maggior numero di consensi.
Da anni nel contesto albense le strutture politiche, i circoli, i partiti non hanno mai dato prova di saggezza nelle scelte, tantomeno di indipendenza elettiva, ma hanno sempre mascherato le tante oscure manovre cui essi stessi più volte in passato sono ricorsi prima e durante le elezioni. Agli occhi del pubblico i reporter locali hanno occupato il campo delle nomine solo in apparenza, mentre in realtà dietro le quinte provinciali si decideva il destino delle liste, inibendo così enormemente la libertà di scelta dei tesserati locali, che nulla potevano per contrastarle. Il circolo del centrodestra albense oggi è diventato un campo minato dove i componenti devono sottostare al gioco dei Pasdaran, sia gattiani che tancrediani, Guardiani della rivoluzione antidemocratica, in voga in tutte le strutture di base e di territorio.
Non è una situazione simpatica, ma questa è cosa nota. Non c’è un partito dietro le spalle, dato che il PdL è ancora un movimento vuoto e il suo destino è segnato. Rimane solo un manipolo a far statistica e a contare come il due di coppe quando a comandare è il re di denari. Nulla di più.
Pertanto niente di niente interessa dell’aspetto personale o dell’ambito famigliare, e non è nostro intento accusare nessuno, tanto meno mettere alla gogna qualcuno, ma interessa molto operare con la gente, con uno spirito aperto e libertario, con attenzione al sociale e buon senso, e in particolare si vuole aggregare persone provenienti direttamente dalla società civile per coinvolgerli in un percorso unitario al servizio della comunità.
PERSONE CHE CONTANO QUINDI SUL PIANO UMANO E TERRITORIALE, come secondo strumento adatto a rappresentare le culture e le istanze di un popolo variegato come quello albense.
Idee e contenuti.
In politica, ma anche in economia come nel lavoro, se esiste una struttura bisognerebbe riempirla di idee e contenuti. Di questi tempi magri e con queste risorse ridotte al lumicino non sono possibile progetti faraonici o voli programmatici surreali e improponibili. Occorre adoperare la tecnica del PICCOLI PASSI RIVOLTI ALLA QUALITÀ PIUTTOSTO CHE ALLA QUANTITÀ, alla semplicità e alla essenzialità piuttosto che alla grandiosità e alla inutilità, ad un territorio al servizio della nostra comunità e non al saccheggio di una marea d’invasori, che la mettono a ferro e fuoco per un’intera stagione.
Invece di pensare a una città per le persone che qui vivono ed operano, si è ideata una città per gli estranei, favorevole solo a un turismo sommerso su base famigliare, a dispetto di una politica di sostegno, di sviluppo e di riqualificazione ambientale.
Se oggi la nostra città non corrisponde più a reali esigenze sociali e produttive, cosa immediatamente visibile nel fenomeno del turismo pendolare che riduce la città a una vena giugulare succhiata fino al collasso, a un luogo di servizi portati al tracollo che si abbandona la sera e in cui si ritorna alla mattina; se la città somiglia sempre di più a una escort violentata nelle notti d’estate e lasciata sfinita nei giorni invernali; se la città non si integra all’ambiente naturale e resta sempre più ostile alle fasce deboli, come bambini e anziani; se oggi la nostra città è devastata dalle automobili, dal traffico, dall’ingorgo; se si esaltano le costruzioni in verticale, se le nuove costruzioni a forma di scatoloni possono essere collocate indifferentemente sul territorio come tessere di un domino; se da questa nostra città viene voglia di scappare anziché trovarvi spazi per il proprio benessere e la propria emancipazione...; se accade tutto questo la responsabilità è nella megalomania degli urbanisti e dei politici loro sodali, che hanno pensato una città che disdegna l’individuo, che celebra il potere, che riempie il portafoglio e osanna il cemento ingordo e vorace.
Resta pertanto tutto sul groppone dei nostri cittadini il peso di queste culture e di certe scelte urbanistiche. Nessuno può contestare il fatto che la nostra Alba, trasformata in grande metropoli d’estate, è invivibile per caos, traffico, frenesia, via vai, rumore, puzza, ingorghi, disordine, inefficienza e via dicendo; ma anche in inverno, ritornata un piccolo paese, rimane ancora invivibile per prospettiva culturale (di scuola superiore), per strutture sociali (sport, divertimento, terza età), per servizi inadeguati (acque bianche, stazione FFSS, sicurezza, infrastrutture) e per aspettative sociali (lavoro, commercio).
Al centro di questa concezione urbanistica non c’è l’identità del luogo, la tradizione, la storia dell’uomo con i suoi bisogni e i suoi costumi, ma la smisurata ricerca del guadagno e dell’interesse personale.
Progetti coraggiosi.
Sta alla nostra intelligenza, alle nostre idee, al nostro modo di porci davanti alla base elettorale come classe dirigente cambiare questa maniera di pensare la nostra città e lavorare per una nuova Alba a misura d’uomo. Il nostro è anche e soprattutto UN INVITO RIVOLTO AI POCHI ELETTI DEL PDL che condividono questo stesso percorso.
Noi di Risveglio già ci pensiamo ! E voi amici del PdL che aspettate ? Che lo faccia forse un mago col suo cilindro ? Un extraterrestre della costellazione di Ceppalonia ? O il fascino di qualche latin lover da strapazzo ?
Una volta SI METTEVA LA FACCIA, non si temeva di essere additati, non ci si curava di eventuali ostacoli o contraccolpi piccanti delle controparti, perché ci si armava di progetti coraggiosi, di idee convincenti, di proposte vincenti, di passioni riconosciute e credibili.
Che la corte ossequiosa si riunisca come quattro gatti impauriti e spelacchiati ogni tanto di lunedì in circolo in Viale Vittoria e ne esca senza una proposta decente e proponibile, che la lungimiranza politica non va oltre quattro pesci pescati alla foce del Vibrata e non a monte del problema che investe i dodici Comuni dell’intera vallata, che l’importanza sociale dello smaltimento rifiuti lo assuma quattro cestini mancanti all’incrocio e non il sistema raccolta e smaltimento prossimo al collasso, che il problema vivibilità e gestione del territorio ponga le sue basi ancora sulla quantità e non sulla qualità, che l’organizzazione non riesca a coprire due misere bacheche su in Via Roma e nemmeno a immaginare forme diverse di propaganda e di rapporto con gli elettori, che la scassata macchina direttiva non riesce a decollare per futili motivi e non per proprie incapacità, tabula rasa di idee e cervelli carenti, è la prova che si vive in un contenitore vuoto, in un recinto asfittico di ideali ed esperienza, all’ombra di noti attori interessati al proprio tornaconto, che, pur vantandosi di essere portatori di luce, non si traducono in modo assoluto in alcun entusiasmo o spinta di aggregazione, né in capacità propulsiva o uniformità di intenti.
E il sospetto che a qualcuno questo andazzo vada a genio e a personale tornaconto non è campato in aria, ma pensiamo alberghi nel Dna di qualche noto cecchino che, portando lo sfaldamento del centrodestra fino alle immediate vicinanze elettorali, progetta di scaricare su altri responsabilità personali, proprio per averle lui stesso generate, e pianifica così l’opportunità di presentarsi, in dirittura d’arrivo, come il salvatore della patria o il mago Merlino con la bacchetta magica.
Del resto poi non ci meraviglia affatto il pervenire alle orecchie di malumori all’interno del gruppo dirigente, di critiche alle riunioni per poca presenza e partecipazione, di delusione per discussioni aridi, analisi negative e contraddittori fuorvianti, di poca fiducia nelle capacità come gruppo a tracciare una linea coerente e chiara. E’ per molti del tutto incomprensibile che NESSUNO PONGA IL PROBLEMA DELLA FRATTURA CHE SI È CREATA CON LA BASE ELETTORALE, DEL DISTACCO CON LA SOCIETÀ CIVILE, della necessità di affrontare una volta per tutte il discorso con la galassia dei movimenti, delle esperienze e delle associazioni all’interno del centrodestra e purtroppo anche del popolo della libertà.
Sperare che questi gruppi stiano con le mani in mano, senza fare nulla di concreto è sbagliato solo pensarlo, e immaginare che alla fine si possano facilmente riportare all’ovile con uno scrocchio delle dita è pura illusione e creduloneria politica.
A chi pensate di lasciare la patata bollente di ricercare l’unità nel centrodestra ?
A chi l’onere gravoso d’incastrare tra loro i pezzi sparpagliati del puzzle politico albense ?
A chi la capacità personale, la statura politica, lo spessore morale, la fiducia incondizionata di rammentare il tessuto lacero e sfibrato del centrodestra albense ?
Non era forse più apprezzato e lungimirante il nostro suggerimento di una grande assemblea di tutte le componenti dell’area di centrodestra che, partendo da un’analisi precisa degli errori del passato avrebbe portato a un chiarimento delle incomprensioni del presente e, siamo convinti, anche a un progetto unitario per le amministrative del prossimo anno ?
Piattaforme territoriali.
E’ opinione diffusa che l’associazionismo culturale, civico e di categoria abbia assunto nella società attuale un ruolo sempre più importante per lo sviluppo territoriale, essendo in grado di favorire la crescita delle comunità a livello locale, ma anche una FILIERA STRATEGICA ADATTA ALLA POLITICA PER RAGGIUNGERE LA BASE ELETTORALE, un vero toccasana per catalizzare risorse umane della società civile, per attirare simpatie e consensi e soprattutto stimolare coscienze e cervelli su progetti e propositi condivisi.
Le politiche di un’amministrazione locale per essere vincenti devono partire da un adeguato progetto politico, di ampio respiro. Certo. Ma non basta. Ignorare la politica esterna che circonda questo progetto, sottovalutare la gestione delle parti interessate, non comprendere appieno le dinamiche esistenti dei soggetti associativi che operano nei diversi settori, è strategicamente controproducente e politicamente pericoloso per l’intero progetto. Ma deve ben sostenersi su queste piattaforme territoriali, avvalersi delle loro capacità culturali, appropriarsi della loro dinamicità sociale e contare sulla compattezza associativa per aumentare la potenza di fascino di ogni avventura politica, soprattutto se inserito nel tormentato contesto albense.
Sintesi finale.
Qui nessuno pretende di avere la pozione giusta per rimettere in salute un apparato nato con malanni genetici, gestito con troppa superficialità, su tavole imbandite, e cresciuto con trascurate attenzioni e insensati insegnamenti, su tabula rasa senza il nulla. E per questo che perdere tempo nel richiedere un impegno condito da passione e volontà costruttiva, ricercare possibili cure di una dinamica disgregante, pensare di trovarle per strada o su un piatto imbandito del Circolo albense, non pensiamo proprio sia la cosa migliore per Risveglio Albense, per il centrodestra e per la nostra città.
ALEA IACTA EST.

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