Qualche tempo fa avevo deciso di smettere di impegnarmi in politica, per il semplice motivo che troppe persone non riuscivano a distinguere il confine tra passione politica e passione d’interesse, tra ricerca di confronto e ricerca di profitto, tra fonte di idee e fonte di arricchimento, tra legittima appartenenza e volgare convenienza.
Ora torno a fare qualche uscita spinto dagli avvenimenti politici di questi ultimi tempi, convinto che i partiti, se ben usati, possono essere sorgente di arricchimento umano, civile e culturale e di confronto di idee ed esperienze esistenziali : se ben usati, appunto.
Consentitemi pertanto di iniziare con un autore che io e pochi altri amici amiamo citare spesso – Ezra Pound – che una volta ebbe a dire “Credo nelle Idee che diventano Azioni”: chiaro l’invito ad uscire dalla sterile professione teorica, per dedicarsi ai risultati oggettivi, per dirla in breve passare dalle parole ai fatti. Una velleità, sbandierata un giorno sì e l’altro pure dai nostri due fedelissimi coordinatori, un desiderio riscontrato quasi un anno fa in questa sede anche nelle ripetute dichiarazioni dei rappresentanti regionali del cosiddetto “Governo dei fatti”, che però sembra soltanto un efficace slogan non supportato dalle evidenze che pure evoca: e dimostra ancora una volta l’inutilità dell’esercizio verbale, quando resta fine a sé stesso.
Voglio sperare di essere stato compreso, nel mio invito.
Così come rischia di restare ‘lettera morta’ la manifestata volontà di affrancarci dalla differenza Destra-Centro o Centro-Destra nella quale amo riconoscermi (la volontà, non la differenza), ma che va accuratamente spiegata per non generare equivoci.
Il richiamo al superamento di concezioni ideologiche nate nel XIX secolo fa spesso storcere il naso a presunti “puristi” della nostra area, perché sembra preconizzare una sorta di ‘connivenza col nemico di ieri’, che invece è semmai soltanto una pacifica ‘convivenza’ con chi manifesta idee diverse.
Il fatto, poi, che non ci si debba ossessivamente auto-catalogare a destra o a centro, nasce dalla rilettura di un percorso ultra-cinquantennale, che oggi posso fare con serena maturità: quelli che erano i nostri Miti giovanili (rispettosamente citati con la M maiuscola) hanno rappresentato una falsariga, un modello, una strada sulla quale ci siamo mossi, un punto di riferimento per conferire il giusto valore alle cose della vita.
E in questo hanno esaurito – con successo – il loro compito.
Oggi, che siamo tutti cresciuti e possiamo definirci al di là delle rivendicazioni sociali e nazionali (perché le abbiamo comprese, chiarite e vissute, non certo perché le abbiamo tradite), aiutano a richiamare alla mia mente i fatti che hanno caratterizzato la mia vita giovanile, ma che oggi lasciano il posto ad esigenze nuove.
A 61 anni compiuti sento di aver terminato la mia personalissima traversata del deserto.
Che, sfruttando la facile metafora, somiglia moltissimo a quello “dei tartari” di buzzattiana memoria: al termine di trenta, avvincenti capitoli, il tenente Giovanni Drogo assapora la fine di un’attesa. Avvenuta non senza perdite, malattie e dolori, e che lo ha visto vivere una vita in cerca della grande occasione. Che per noi, come per lui, può anche non arrivare mai, ma che dalla nostra personalissima “Fortezza Bastiani” si dipana attraverso mille eventi. Per mostrarci infine il senso della nostra vita e riappacificarci con la Storia e con le sue implicazioni, anche ultraterrene.
Fuori da fumose meditazioni e inutili discussioni, dunque, e con idee chiare ed essenziali.
Senza fraintendimenti e senza più ghetti storico-intellettuali, quelli nei quali ancora si muovono i cosiddetti “malpancisti”, costretti talora ad accettare situazioni che suscitano irritazione e disagio ma che scambiano per coerenza la perenne e statica immutabilità, esteriore e di mera facciata. Una categoria questa dei sognatori ad oltranza non pericolosa,non prepotente ed insopportabile, che al massimo esauriscono il richiamo ai valori con periodici incontri conviviali, canti nostalgici e saluti romani. E che non biasimo, ma che non offrono proposte politiche degne di questo nome.
Dall’altro lato ci sono invece coloro che della politica hanno fatto una professione, e sfruttano demagogicamente e furbescamente le istanze altrui: sono quelli che si ergono a fustigatori di presunti valori traditi, ma che esprimono tutto il loro sdegno soltanto se – uscendo dalle segreterie di partito – non hanno ricevuto il favore ri-chiesto… Una sorta di “onore ad orologeria” quindi. Che arrivo anche talvolta a capire – pur in tutto il mio concreto cinismo – ma che non posso giustificare.
A tutti quelli che si stracciano le vesti e sprecano un’intera estate per rovistare da cima a fondo un appartamentino di Montecarlo, o sbirciare nella serratura o dentro al letto, magari perdendo occasioni di portata storica, a questi non posso certo perdonare la colpa di essersi prodigati a cercare pagliuzze. Mentre sottacciono le travi dell’edonismo e dell’affarismo che invece appaiono chiare a chi, da sempre impegnato in un’area politica, è giustamente nauseato dall’uso che viene fatto del proprio consenso elettorale.
E’ per questo che riprendo penna, mouse e tastiera e torno a farmi sentire. Terminato il letargo, sarò ben felice di dialogare con chi avrà il piacere di farlo. Ma, come sottolineato in premessa, rifiutandomi di farlo con chi sceglierà di scendere sul terreno dell’insulto ideologico, dell’ipocrisia, del tornaconto personale, del peso elettorale e del valore nominale. Un terreno al quale ho sempre preferito quello del confronto faccia a faccia. E – se non temessi di essere frainteso – considero una perdita di tempo, come invece spesso avviene, urlare ad alta voce professioni di “cameratismo”, e stringere avambracci per ribadire un’identità: basta comportarsi di conseguenza, per rimanere tali.
Nei fatti, non a parole.
Le righe che seguono vorrebbero essere un contributo affinché le falle che si stanno aprendo nel grande vascello salpato dal predellino 2 anni fa non portino al naufragio di un’altra grande, quanto vitale, speranza.
Detto ciò, riconosco la vitale importanza dell’esistenza oggi di questo contenitore nel centrodestra, certificato con un’ampia maggioranza parlamentare da un elettorato che aveva individuare nel PdL un Movimento della società civile capace di proporre modelli, idee, visioni, progetti sociali di esistenza e di sviluppo umano. Tuttavia, io vedo il suddetto Movimento, come struttura di vertice e di base, come rappresentanza al vertice e alla base, talora come idea in se di riforma istituzionale e sociale, ricalcare alcune delle modalità di azione che hanno portato altre esperienze, come i promotori della libertà o azione giovani, al sostanziale ed inesorabile fallimento.
Premetto e preciso, a scanso di fraintendimenti, che il PdL e le sue mille derivazioni sono fenomeni di una importanza straordinaria, oserei dire imprescindibili per il nostro futuro, ma proprio per questo vanno tutelati e monitorati con grande attenzione critica.
Una volta c’erano le correnti. Adesso ci sono gli aggregatori, le associazioni, le fondazioni, qualcuno le chiama anime, qualcun altro componenti, meglio evitare il termine correnti, Berlusconi le ha definite “metastasi della politica”, e nel calderone anche i giornali d’area e di opinione.
Immagino che a molti il pensiero corra spontaneo alla Fondazione di Farefuturo, a Area nazionale, a Spazio aperto o Generazione Italia o anche alla Fondazione Magna Carta presieduta dall’onorevole Gaetano Quagliariello, a Liberamente di Mariastella Gelmini, e poi gli ex-aennini, gli ex-forzisti, gli ex-democristiani di Rotondi e Giovanardi, i circoli e i Team della libertà (promotori della libertà), e dulcis in fundo il variegato popolo dei social forum, che è visto oggi come una grande svolta inedita, dove riporre la speranza. E questa speranza riempie l’anima dei suoi sostenitori con l’effetto inebriante di un miraggio, e il miraggio diviene certezza, certezza che una nuova politica è in costruzione e che la società si può cambiare. Sarebbe bello se fosse così, ma la mia sensazione è che anche questo sia destinato a un assai probabile fallimento e, per ragioni precise, a un miraggio che tarda a divenire certezza, a un contatto che non si consolida, a un semplice scambio di file che non cambia la realtà e non costruisce niente di nuovo nella società civile.
Per arginare una valanga mostruosa di queste dimensioni e di questa potenza, è imperativo qui una riflessione radicale sui nostri metodi d’azione, che non può prescindere dalla strada maestra del contatto con la gente comune nei luoghi della gente comune, perché questo è un movimento di popolo fatto dal popolo per il popolo con il popolo e non appartiene a nessuno di noi in particolare, come qualcuno pensa: non appartiene a me, né a te, né a noi, né a loro formarci in un esercito compatto, disciplinato, immensamente abile nella comunicazione, al lavoro sempre e ovunque, a CONTATTO CON LA GENTE COMUNE nei luoghi della gente comune, implacabili, pazienti, per tentare di creare un consenso nel corpo sociale e civile.
E’ una strada in salita, poiché si tratta di ricompattare gruppi di persone a scelte coraggiose, a rinunce di tornaconto, a visioni più realistiche della politica, a mutazioni importanti di comportamento, alla capacità di saper fare un passo indietro e a saper vedere però la convenienza finale di un progetto più in equilibrio. Per fare ciò dobbiamo mettere da parte le differenze che separano i gruppi che formano il Movimento, dobbiamo rinunciare ai nostri individualismi per un fronte comune, unico, compatto, disciplinato, implacabile, di attivisti al lavoro ovunque.
Non c’è altra strada.
Oggi, se si ha l’onestà di guardarsi negli occhi prima che in tasca, di osservare come si vive l’impegno politico, come viene gestito il partito al livello locale, come viene consumato il consenso della gente, la realtà presente spazza via gli entusiasmi, i buonismi, gli slanci egualitari, gli ottimismi e rivela con crudeltà la trappola con cui si è speso e macinato il consenso popolare.
Cosa abbiamo cambiato ? Cosa abbiamo combinato ?
Diciamocelo senza chiasso, senza clamore, senza bandiere colorate o steccati del passato.
In silenzio. Ma che tristezza, che spreco di speranza. Peccato.

Nessun commento:
Posta un commento