Un antico pregiudizio duro a sparire dalla testa della classe politica locale è quello di declinare al passato le proprie parole con fierezza quasi a voler rimarcare una reale e sostanziale differenza con la nuova generazione che si propone di scalzarla o con detto moderno di rottamarla. E in effetti sbaglia chi si presenta dicendo quello che farà prima ancora di spiegare chi è, perché le parole al futuro in politica sono state sempre un rischio di ingan...no. Mentre se c’è già nel passato scritto quello che è stato nessuno può negarlo e pertanto vale bene ricordarlo.
Rimarcare questo non è altro che la traduzione in modo chiaro della tesi dell’usato sicuro in contrapposizione al nuovo e mai sperimentato. Concettualmente nulla da obiettare, se non che parlare di realtà al passato significa girarsi dall’altra parte del tempo. Vivere perennemente di ricordi per non saper decifrare il futuro che bussa già sull’altro lato.
In quello spazio temporale del passato in cui la società si evolveva lentamente, il vecchio racchiudeva in se stesso il patrimonio culturale della comunità, in modo eminente rispetto a tutti gli altri membri non tanto per sapere e capelli bianchi, ma principalmente per tante esperienze accumulate nel tempo. E questo fin quasi agli inizi degli anni ‘80 .
Invece in questo spazio moderno di società evoluta in cui il mutamento sempre più rapido sia dei costumi sia delle arti ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa, la differenza viene fatta dal progresso tecnico e da chi è più vicino anagraficamente o con la mente ad esso. E l’esperienza va a farsi fottere e buttata nei rifiuti.
Con questo oggi deve sapersi misurare la vecchia classe politica oltre ad una ostilità ideologica per certi versi legittima, al macigno dei misfatti ladroneschi da spostare e alla mancanza di una comunicazione serena e trasparente tra generazioni diverse.
Il vero lato vulnerabile è il racconto del futuro, un assente piuttosto scomodo per l’immagine di partenza di una nomenclatura ancorata al passato. Del resto, la sua forma mentis non gli dà granché una mano in fatto di creatività.
Nell’altro campo è improbabile immaginare credibile il fuorviante racconto di un passato costituito da microcosmi sociali tanto poco visibili o dal sapore scolastico. Cominciamo, quindi, dal dire che il nuovo non può avere consensi da vendere nel chiedere equità, redistribuzione della ricchezza e senso di solidarietà, cose tanto sconosciute quanto culturalmente illogiche, ma deve puntare ai numeri binari e ai bit informatici, ai valori logici e alle applicazioni antropiche, alle proposte alternative e alle visioni innovative, allo sviluppo delle sinergie e ai sistemi tecnologici.
Di fronte a questo che appare uno “weak speech” (discorso debole)che mi spazza via sul piano della conoscenza, non rimane altro da fare che portare il “passato” in una officina per ripararlo al più presto e per non venir rottamato anche come mozzo di “Risveglio albense”. zac
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