da Sincope Pensante, 26 novembre 2015
La morte, falce instancabile che taglia prima o poi tutti e tutto, sprigiona la vetta più alta del dolore.
Dinnanzi ad un cadavere, qualsivoglia cadavere, due in fondo sono le sensazioni che attanagliano la mente; ed esse si rincorrono, si confondono, si sovrappongono, scompaiono per subito riemergere inesorabilmente; la bocca dello stomaco si chiude, sale un nodo in gola, sgorga una lacrima...
La sensazione più devastante è l'angosciosa tristezza che genera dalla perdita di una persona cara; riguarda per lo più la cerchia dei parenti e degli amici: il mare dei ricordi insieme vissuti si infrange sullo scoglio che delimita il tempo, che marca i confini tra la vita e la morte.
L'altra, ed è quella che generalmente riguarda tutti, è la rinnovata coscienza della impotenza dell'essere umano, è l'eco della fragilità a tempo, è l'immagine di ossa e polvere a futura memoria.
In entrambi i casi però diventa necessario il silenzio, diversamente definito raccoglimento o preghiera. Il silenzio concilia la solitudine del proprio io di fronte alla morte, concilia l'ultimo abbraccio e l'ultimo saluto verso chi non vedremo più; il silenzio è il gesto doveroso che dobbiamo all'eterno silenzio di quel cadavere.
E dunque, cosa c'entrano le piazzate, le teste coronate, le televisioni, gli scribacchini, i papaveri d'alto borgo, i mullah, i rabbini, i patriarchi?...
Bisogna invero dire, per correttezza, che perlomeno i rappresentanti di Budda, di Baal, di Manitù, di Wakam, di Gamesh, del monte Olimpo e di tanti altri, non c'erano. In fondo si trattava di una semplice ragazza, tanto simile alle nostre figlie sorelle amiche, la quale, ad eccezione di parenti e amici, nessuno di noi conosceva e forse avrebbe mai conosciuto.
Ma... La ragazza veneziana è stata brutalmente assassinata, in circostanze e modalità drammatiche, da infami individui, figli di un'infame tribù,...
- ... IN TERRA STRANIERA. E siccome "i papaveri sono alti alti alti...", quale occasione migliore per rivendicare la giustezza del loro operato? Cosa volete che importino l'invasione territoriale ad oltranza, il denaro pubblico mai bastante ma sufficiente per i vitelli grassi da immolare ai naviganti, le mancate risorse per la sicurezza (una sorta di circolo vizioso: quanto più gentaglia importi tanto più sorveglianza occorre), e le risorse per le quotidiane necessità dei propri cittadini?
"Il nostro è un grande paese", riecheggia un giorno sì e un giorno pure.
E pazienza se in provincia di Catania, per i due coniugi brutalmente massacrati da un malvagio navigante, la presenza di papaveri sia stata pari a zero.
Venezia, volete mettere, è un'altra cosa.
E poi quella storia d'insieme, ricca di fascino, quasi un thriller, era certamente più arzigogolata della vicenda sicula.
Sentite. Per svariati giorni, all'indomani della carneficina parigina, non si addiveniva a capire che fine avesse fatto la sventurata. In un primo momento la si pensò ferita ma viva, ricoverata in qualche ospedale; poi, purtroppo, si capì che era morta, ma ancora da identificare; infine, ormai prossima agli onori degli altari, che fosse spirata tra le braccia del fidanzato. Un susseguirsi di inverosimili e contradditorie stronzate da indurre il padre, certamente addolorato e straziato, ad intervenire per mettere fine alla ridda di voci che stavano sfiorando il terreno della santità, e per chiarire come non fosse importante il modo in cui era morta la figlia: sola o tra le braccia di... Una carezza al ridicolo!
- ... IN NOME DI DIO. La maniera migliore per assolvere e nascondere la stoltezza, l'indole violenta, la sopraffazione, l'arroganza, l'interesse poco velatamente nascosto. E' una storia vecchia come il mondo quella di giustificare l'ingiustificabile con l'ausilio della volontà di Dio.
Anche in taluni casi di cronaca recente, l'imputato di turno si appella a visioni, a voci, a demoni e dei. Un comodo alibi. "Non è Dio che crea l'uomo, ma l'uomo che crea l'idea di Dio", sosteneva Ludwig Feuerbach.
E dunque, così sia.
La fetta più grande dell'ingerenza di questa torta "excusatio" spetta quasi sempre al Monoteista. Unico certamente, ma con diverse sfaccettature; come diversi sono i gruppi dei seguaci.
Jahweh-Dio-Allah sono la stessa identità. La stranezza sta nel fatto che questa identità sia nata in territori ben circoscritti (per lo più assolati e in gran parte costituiti da deserto), e poi diversamente modellata in base alle esigenze dei popoli che ivi abitavano.
E dunque, ci sono coloro che aspettano ancora il Messìa, coloro che sperano nella resurrezione della carne, e coloro che...
Basta così! Temo che ammazzino il gatto.
Faccio mia una frase di Arthur Schopenhauer: "Se ad un Dio si deve questo mondo, non ci terrei ad essere quel Dio: l'infelicità che vi regna mi strazierebbe il cuore".
Dinnanzi ad un cadavere, qualsivoglia cadavere, due in fondo sono le sensazioni che attanagliano la mente; ed esse si rincorrono, si confondono, si sovrappongono, scompaiono per subito riemergere inesorabilmente; la bocca dello stomaco si chiude, sale un nodo in gola, sgorga una lacrima...
La sensazione più devastante è l'angosciosa tristezza che genera dalla perdita di una persona cara; riguarda per lo più la cerchia dei parenti e degli amici: il mare dei ricordi insieme vissuti si infrange sullo scoglio che delimita il tempo, che marca i confini tra la vita e la morte.
L'altra, ed è quella che generalmente riguarda tutti, è la rinnovata coscienza della impotenza dell'essere umano, è l'eco della fragilità a tempo, è l'immagine di ossa e polvere a futura memoria.
In entrambi i casi però diventa necessario il silenzio, diversamente definito raccoglimento o preghiera. Il silenzio concilia la solitudine del proprio io di fronte alla morte, concilia l'ultimo abbraccio e l'ultimo saluto verso chi non vedremo più; il silenzio è il gesto doveroso che dobbiamo all'eterno silenzio di quel cadavere.
E dunque, cosa c'entrano le piazzate, le teste coronate, le televisioni, gli scribacchini, i papaveri d'alto borgo, i mullah, i rabbini, i patriarchi?...
Bisogna invero dire, per correttezza, che perlomeno i rappresentanti di Budda, di Baal, di Manitù, di Wakam, di Gamesh, del monte Olimpo e di tanti altri, non c'erano. In fondo si trattava di una semplice ragazza, tanto simile alle nostre figlie sorelle amiche, la quale, ad eccezione di parenti e amici, nessuno di noi conosceva e forse avrebbe mai conosciuto.
Ma... La ragazza veneziana è stata brutalmente assassinata, in circostanze e modalità drammatiche, da infami individui, figli di un'infame tribù,...
- ... IN TERRA STRANIERA. E siccome "i papaveri sono alti alti alti...", quale occasione migliore per rivendicare la giustezza del loro operato? Cosa volete che importino l'invasione territoriale ad oltranza, il denaro pubblico mai bastante ma sufficiente per i vitelli grassi da immolare ai naviganti, le mancate risorse per la sicurezza (una sorta di circolo vizioso: quanto più gentaglia importi tanto più sorveglianza occorre), e le risorse per le quotidiane necessità dei propri cittadini?
"Il nostro è un grande paese", riecheggia un giorno sì e un giorno pure.
E pazienza se in provincia di Catania, per i due coniugi brutalmente massacrati da un malvagio navigante, la presenza di papaveri sia stata pari a zero.
Venezia, volete mettere, è un'altra cosa.
E poi quella storia d'insieme, ricca di fascino, quasi un thriller, era certamente più arzigogolata della vicenda sicula.
Sentite. Per svariati giorni, all'indomani della carneficina parigina, non si addiveniva a capire che fine avesse fatto la sventurata. In un primo momento la si pensò ferita ma viva, ricoverata in qualche ospedale; poi, purtroppo, si capì che era morta, ma ancora da identificare; infine, ormai prossima agli onori degli altari, che fosse spirata tra le braccia del fidanzato. Un susseguirsi di inverosimili e contradditorie stronzate da indurre il padre, certamente addolorato e straziato, ad intervenire per mettere fine alla ridda di voci che stavano sfiorando il terreno della santità, e per chiarire come non fosse importante il modo in cui era morta la figlia: sola o tra le braccia di... Una carezza al ridicolo!
- ... IN NOME DI DIO. La maniera migliore per assolvere e nascondere la stoltezza, l'indole violenta, la sopraffazione, l'arroganza, l'interesse poco velatamente nascosto. E' una storia vecchia come il mondo quella di giustificare l'ingiustificabile con l'ausilio della volontà di Dio.
Anche in taluni casi di cronaca recente, l'imputato di turno si appella a visioni, a voci, a demoni e dei. Un comodo alibi. "Non è Dio che crea l'uomo, ma l'uomo che crea l'idea di Dio", sosteneva Ludwig Feuerbach.
E dunque, così sia.
La fetta più grande dell'ingerenza di questa torta "excusatio" spetta quasi sempre al Monoteista. Unico certamente, ma con diverse sfaccettature; come diversi sono i gruppi dei seguaci.
Jahweh-Dio-Allah sono la stessa identità. La stranezza sta nel fatto che questa identità sia nata in territori ben circoscritti (per lo più assolati e in gran parte costituiti da deserto), e poi diversamente modellata in base alle esigenze dei popoli che ivi abitavano.
E dunque, ci sono coloro che aspettano ancora il Messìa, coloro che sperano nella resurrezione della carne, e coloro che...
Basta così! Temo che ammazzino il gatto.
Faccio mia una frase di Arthur Schopenhauer: "Se ad un Dio si deve questo mondo, non ci terrei ad essere quel Dio: l'infelicità che vi regna mi strazierebbe il cuore".

