sabato 19 settembre 2015

NON SI EMIGRA PER ODIO

Difficile toglierci dalla testa e dal cuore l’immagine di un bimbo senza vita sulla riva del mare o quella di un uomo pietoso che lo raccoglie nelle sue braccia. Mi auguro pertanto che queste foto, sulle pagine di tanti giornali e TV, abbiano instillato nelle persone qualche goccia di verità, capace di ridare gli occhi ai ciechi e di ammutolire gli accecati.
Talora può bastare una sola e potente goccia di verità per rendere di nuovo limpidi gli occhi di chi guarda avventure umane che non comprende pienamente o che non riesce proprio ad accettare.
Sta di fatto che sappiamo e non possiamo dimenticare che è finita così perché un padre insieme al figlio ha bussato fuori dalle regole – cioè in modo sbagliato e da "clandestini" – alla porta dell’Europa, e l’ha fatto perché nessun’altra e più sicura via è stata loro offerta.
Come possiamo dimenticare quei profughi che strisciano sotto matasse di filo spinato o sotto una selva di manganelli, profughi colpevoli soltanto di essere vittime e di non rassegnarsi ? Sappiamo e vogliamo che si capisca una volta per tutte che così tante famiglie bussano ogni giorno alle nostre porte, perché anche noi nel passato abbiamo divelto le porte delle loro case.
Potenza della visibilità tv, che banalizza e pietrifica il dolore trasformandolo in spettacolo! Spettacolo che mortifica l’anima delle persone e ne eccita talora gli animi.
Mai che nessuno, invece, punti il dito sulla responsabilità dell’Occidente e su quei reati di ladrocinio e massacro cui furono responsabili i nostri avi europei nelle guerre coloniali. Anzi, se qualcuno, come il sottoscritto, vi porta l’accento, è fatto segno a critiche talvolta anche feroci. Che vengono sempre accolte e pure gradite se considerate ben corrette.
Specie ora che, di colpo, il dolore è nudo, la consapevolezza della tragedia delle migrazioni di nuovo acuta, e la ferita degli sbarchi aperta e per molti insopportabile. Una tragedia umana si consuma sotto i nostri occhi da aprire ad un’altra verità.
È così. Si emigra, totalmente inermi, dalla propria patria per desiderio di pace, per ansia di domani, per amore. Non per altro. Non si emigra per odio. Né per vendetta
Ma emigrando si può disimparare l’amore, venire contagiati dall’indifferenza e sfigurati dall’egoismo. O si può essere svuotati di affetti e di speranza. Proprio come questo padre. Che è come morto con la sua famiglia distrutta.
Non esiste dolore che possa essere versato con leggerezza nello smisurato imbuto del sistema mediatico. Come non esiste libertà e non esiste amore senza nessuna responsabilità. zac

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