lunedì 15 ottobre 2012

VOI CONTROLLATE IL PORTAFOGLIO


 
Per trovare un senso alla vita, non basta inseguire carriere e opportunità e nemmeno rincorrere fama e potere o gonfiare il portafoglio, ma abbiamo il disperato bisogno di regole universali che trascendano l’uomo. La nostra vita non è altro che l’infinita ricerca dell’infinito, per cui possiamo ben dire che l’infinito ci perseguita. Questo concetto ci insegue come un bisogno impellente, che non può sottrarsi ad una sfida con l’altro grande rivale del nostro iter esistenziale: il richiamo del denaro che ritorna con ossessione a soffocare il richiamo all’infinito e tenta di domarlo con il suo profumo e la sua brillante luminosità.

Da una parte il valore del denaro, un brillante sul buio della vita e dall’altra una ricerca nell’infinito per dare un senso e un valore alla vita.

Non c’è via d’uscita, per due motivi semplici ma drammaticamente profondi.

 

Il primo è estetico.

Sono pochi quelli convinti che il linguaggio dell’infinito abbia una poesia e una creatività superiore a quello del denaro. È quel vecchio problema dell’inesprimibile, una sorta di afasia che ti fa sentire il linguaggio, vuoto, inutile, o semplicemente non adeguato per raccontare la vita e il mondo.

Qualcosa che ti fa sentire stupido. Ti condiziona appena lo tocchi. Ti fa arrossire appena lo sfiori. Che poi non tocchi e nemmeno sfiori, che non vedi perché è un qualcosa che provi, che senti, che odori dentro. E’ un fiore che cresce nell’anima, lo coltivi giorno dopo giorno, lo curi in ogni momento, gli parli senza parole, lo ascolti senza pudore.

 

Dall’altra parte, molti pensano che il denaro sia sexy e trovano molto ridicolo che le persone «normali» non possono di solito gustare la bellezza dell’attrazione, il gusto del possesso, l’orgoglio delle possibilità, la vanità della soggezione, la fama  della reputazione. Quasi tutti provano a raccontare ad un pubblico prono e disperato la seduzione della moneta, nel vano tentativo di portarli ai confini pensabili dell’infinito, senza però riuscire ad andare oltre e ritrovarsi vittime e beffa di una illusoria dipendenza e di uno straccio di rotoli di carta senza valore.

In quei rotoli ci sono solo frammenti dell’enigma dell’umanità e forse una grande solitudine che ci tiene attaccati a tutti i nostri vizi e alle nostre paure. Noi rispondiamo al «richiamo dell’anima» rifugiandoci nella dipendenza, come burattini innamorati del proprio filo. L’effetto può sembrare comico. Ma non lo è. In  un mondo dominato da un caos apparente, nulla sfugge agli occhi dell’infinito. Non perché siamo ciechi ad interpretare il reale, ma solo perché la sveglia dell’anima non fa sentire il suo richiamo.

 

 E qui arriviamo alla seconda questione.

Tutti e due cercano disperatamente di fare i conti con l’identità. È un «non so chi sono» metafisico che resta appeso lì sulla porta dell’infinito. È una voglia disperata di varcare questa soglia d’infinito che ci porta a ragionare sul malessere della dipendenza dal denaro, sul rifugiarsi in qualcosa di umano che non basta, sulla difficoltà di concepire l’individuo come qualcosa di soprannaturale, sul non arrendersi all’evidenza del reale, sul ricercare quel qualcosa che vada oltre, oltre le barriere del vuoto, dell’inutile, del non senso.

 

È quel qualcosa che manca che ci ossessiona. Lo spazio bianco che rende comprensibile le vicende umane è la terra promessa. E il non detto è il segreto delle nostre storie, è proprio lì, nel non detto.

È l’enigma anche delle nostre storie, quelle che trovate nei giornali, quelle raccontate dai padri, quelle che vivete nel quotidiano, quelle che nascondete nel ricordo e che riscoprite con la memoria, quelle che tramandate ai figli e riportate alla coscienza, tutte quelle sognate e tutte quelle sperate nelle infinite possibilità del nostro essere materia e spirito. Noi siamo quello che non sappiamo. È assurdo, lo spazio bianco sulle due sponde è il senso profondo della nostra vita. Del nostro viaggio verso l’infinito.

Iniziamo questo viaggio verso la luce, senza spazio e tempo e senza sapere assolutamente perché.

Lasciamo agli altri tempo e spazio per il controllo del portafoglio. Ma non chiedeteci il perché.

 

“Sulla scacchiera quale è l’unica parola proibita?” (Borges). zac: la scacchiera

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