Per trovare un senso alla vita, non basta inseguire
carriere e opportunità e nemmeno rincorrere fama e potere o gonfiare il
portafoglio, ma abbiamo il disperato bisogno di regole universali che
trascendano l’uomo. La nostra vita non è altro che l’infinita ricerca
dell’infinito, per cui possiamo ben dire che l’infinito ci perseguita. Questo
concetto ci insegue come un bisogno impellente, che non può sottrarsi ad una
sfida con l’altro grande rivale del nostro iter esistenziale: il richiamo del
denaro che ritorna con ossessione a soffocare il richiamo all’infinito e tenta
di domarlo con il suo profumo e la sua brillante luminosità.
Da una parte il valore del denaro, un brillante sul buio della
vita e dall’altra una ricerca nell’infinito
per dare un senso e un valore alla vita.
Non c’è via d’uscita, per due motivi semplici ma drammaticamente
profondi.
Il primo è estetico.
Qualcosa che ti fa sentire stupido. Ti condiziona appena lo
tocchi. Ti fa arrossire appena lo sfiori. Che poi non tocchi e nemmeno sfiori,
che non vedi perché è un qualcosa che provi, che senti, che odori dentro. E’ un fiore che cresce
nell’anima, lo coltivi giorno dopo giorno, lo curi in ogni momento, gli parli
senza parole, lo ascolti senza pudore.
In quei rotoli ci sono solo frammenti dell’enigma dell’umanità e
forse una grande solitudine che ci tiene attaccati a tutti i nostri vizi e alle
nostre paure. Noi rispondiamo al «richiamo dell’anima» rifugiandoci nella
dipendenza, come burattini innamorati del proprio filo. L’effetto può sembrare
comico. Ma non lo è. In un mondo
dominato da un caos apparente, nulla sfugge agli occhi dell’infinito. Non perché siamo ciechi ad interpretare il reale, ma solo perché
la sveglia dell’anima non fa sentire il suo richiamo.
Tutti e due cercano disperatamente di fare i conti con l’identità.
È un «non so chi sono» metafisico che resta appeso lì sulla porta
dell’infinito. È una voglia disperata di varcare questa soglia d’infinito che
ci porta a ragionare sul malessere della dipendenza dal denaro, sul rifugiarsi
in qualcosa di umano che non basta, sulla difficoltà di concepire l’individuo
come qualcosa di soprannaturale, sul non arrendersi all’evidenza del reale, sul
ricercare quel qualcosa che vada oltre, oltre le barriere del vuoto,
dell’inutile, del non senso.
È quel qualcosa che
manca che ci ossessiona. Lo spazio bianco che
rende comprensibile le vicende umane è la terra promessa. E il non detto è il
segreto delle nostre storie, è proprio lì, nel non detto.
È l’enigma anche delle nostre storie, quelle che trovate nei
giornali, quelle raccontate dai padri, quelle che vivete nel quotidiano, quelle
che nascondete nel ricordo e che riscoprite con la memoria, quelle che
tramandate ai figli e riportate alla coscienza, tutte quelle sognate e tutte
quelle sperate nelle infinite possibilità del nostro essere materia e spirito.
Noi siamo quello che non sappiamo. È assurdo, lo spazio bianco sulle due sponde è il senso profondo
della nostra vita. Del nostro viaggio verso l’infinito.
Iniziamo questo viaggio verso la luce, senza spazio e tempo e
senza sapere assolutamente perché.
Lasciamo agli altri tempo e spazio per il controllo del
portafoglio. Ma non chiedeteci il perché.
“Sulla scacchiera quale è
l’unica parola proibita?” (Borges). zac: la scacchiera

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