Premetto di aver letto più volte il post di Giorgio sull’importanza delle frontiere e di aver condiviso i molteplici fattori su cui poggia le fondamenta l’identità di ogni Nazione. La lingua, le Tradizioni (e con esse gli usi e costumi), e infine, ma certo non per ultimo, il binomio inscindibile del Sangue e del Suolo portano legna da ardere a difesa delle frontiere, all’identità di un popolo, alle diversità di razza, all’alterità etnica, per indicare la differenza tra due entità, anzi, con il termine latino “alter”, per significare persino l’opposto a identità.
Non occorre certo che porti come esempio ciò che succede in medio oriente tra il popolo ebreo e quello palestinese, tra la cultura ebraica e quella islamica, tra il braccio atomico e il dito sul tasto “on” e quello flaccido e con risibili e limitate possibilità. E, se tutti conosciamo le vicissitudini dei due popoli, sia dai libri di storia che dalle sacre scritture, non possiamo nascondere chi sia l’aggredito e chi l’invasore, chi occupa nuovi terreni e chi li difende come può, chi si volge a la Mecca per pregare Allah contro i miscredenti e chi sul muro piange un Dio che li ha condannati alla diaspora.
E mi scuso se non torno subito in occidente, sui terreni europei, per trovare chi provoca oggi fratture insanabili tra ospiti e ospitanti, ma per il momento apro una finestra sulla Torre di Babele delle invasioni nel terzo mondo da parte degli Stati europei, cosiddetti civilizzati, talmente cristiani e paladini della libertà da infliggere a quei esseri viventi chiamati “selvaggi” sofferenze talmente barbare da sconvolgere l’animo di Michel De Montaigne nel vedere e assistere a “quella spaventosa ricaduta dell'umanesimo nella bestialità, a uno di quegli eccessi sporadici di follia che prendono a volte l'umanità (...)”.
Mi fermo qui, ma potrei aprire il quaderno dei ricordi del papà per raccontare la mattanza procurata da tre mitragliatrici poste sulle alture etiopiche o la libertà d’impiego dei gas asfissianti concessa dal generale Graziani prima della presa della capitale Addis Abeba. Poca cosa i progetti di costruzione di edifici urbani, quartieri nuovi, strade, acquedotti…in confronto alle crudeltà degli aggressivi invasori, in questo caso di noi italiani, senza parlare dei francesi, dei spagnoli, degli olandesi, e come no, degli odiati inglesi, invasori di un quarto del globo terrestre.
Cosa voglio dire ? Dico che questa non è una favola inventata ma la STORIA.
Dire che noi ricordiamo sempre le atrocità e le ingiustizie commesse nei nostri confronti, dimenticando sempre quelle che noi abbiamo inflitto agli altri, non mi basta a giustificare il disagio che si prova nei confronti degli “altri”.
Ci sono periodi nella storia in cui gli avvenimenti e le circostanze pongono gli uomini di fronte ad una scelta. Questa decisione, di valore civile ed etico, oltre che religioso, porta a distinguere sempre tra ciò che è bene e ciò che è male, tra un comportamento che, seppur ingiusto, è condiviso dalla maggioranza e quello che, andando contro corrente, considera invece la verità più rilevante e importante della propria vita.
Se la memoria storica, pertanto, è affidata alla sensibilità di chi non si adagia comodamente nell’ “andare oltre”, ma si sofferma a indagare sul passato, sulle nostre vite, sulle nostre azioni, mettendosi nei panni degli altri, assaporando i disagi altrui, provando a vivere nelle stesse condizioni, renderemo almeno quel pizzico di verità e di giustizia a chi della ricerca di un futuro più umano ha fatto un motivo di vita.
Nonostante questi ultimi non debbano essere additati come nostri fratelli, forse ci rende la coscienza più serena se le loro aspirazioni restano celate, sottaciute e quindi dimenticate ?
Affidare il problema a questo governo di paraculi sa di presa in giro. Invece è la risposta al problema che mi tormenta. zac
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