giovedì 15 dicembre 2016

GIRONE DANTESCO

Quando un giornalista americano negli anni ‘70 coniò il termine “radical chic” intendeva massacrare la sinistra al caviale e stroncare i rivoluzionari da salotto. Era infatti un raffinato modo della società aristocratica bianca per vantare in America una superiorità intellettuale al selvaggio africano che si faceva ribelle.

Un modo che oggi ha poco di chic e di umano e molto di ferocia cagnesca in una giungla popolata da variegate comunità che convivono una accanto all’altra senza avere rapporti tra loro. Un’italica prassi dove “tutti odiano tutti”, rinchiusi in tribù primitive e clan arcaici che se ne fregano di tutto e di tutti.

Nella diversità culturale americana in realtà si annida uno spietato germe razzista dove spesso domina il richiamo del sangue. Ma, se c’è difficoltà di integrazione, almeno si intravedono orizzonti di convivenza pacifica. E se l’appartenenza all’etnia si fa solo ghetto, almeno il miraggio di un vivere più civile oscilla tra l’anelito di dorate speranze e cavernicoli ghetti in cui sfogare la rabbia del presente.

Nella Commedia parlamentare italiana ci troviamo in un girone dantesco che non prevede purgatori, si passa direttamente dal paradiso all’inferno. Non c’è proprio spazio per il sogno, ci si insozza della propria merda e si abbandona la speranza. E se nel ghetto tutto fa schifo, almeno è l’unico spazio dove si può contare ancora qualcosa.
Di fronte a questa varietà umana, spes
so avvilente e mortificante, noi ci distinguiamo per arrendevolezza in preda ad un tramonto psicofisico che campa solo di illusione. Siamo i soli che non abbiamo neppure un ghetto dove rifugiarci e che non sappiamo più ricorrere al sangue.


Almeno con quel poco che c’è rimasto. zac

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