Dal Vangelo secondo Matteo (Renzi)
In quel tempo un certo Lazzaro di Arcore era condannato. Il sodale Verdini dunque andò da Matteo Rensù a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è condannato».
All’udire questo, Rensù disse: «Questa condanna non porterà alla morte politica, ma è per la gloria della Casta, affinché per mezzo di essa il Figlio della Casta venga glorificato».
All’udire questo, Rensù disse: «Questa condanna non porterà alla morte politica, ma è per la gloria della Casta, affinché per mezzo di essa il Figlio della Casta venga glorificato».
Rensù amava Verdini e Lazzaro. Quando sentì che era condannato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo a trattare con Forza Italia!». I discepoli gli dissero: «Maestro, fino a ieri i forza-italioti cercavano di lapidarci e tu ci vai di nuovo?». Rensù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno FA di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui e non può FARE».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a riesumarlo».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a riesumarlo».
Quando Rensù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro mesi era condannato. La Santanché, come udì che veniva Rensù, gli andò incontro e gli disse: «Signore, se tu fossi stato in Parlamento, il mio Lazzaro non sarebbe stato cacciato! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai ai piddini, loro te la concederanno». Rensù le disse: «Il tuo Lazzaro risorgerà».
Poi domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere, si trova al Nazareno proprio sotto il Che Guevara!». Rensù scoppiò in pianto. Dissero allora i forza-italioti: «Guardate come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi a Fassina, non poteva anche far sì che costui non venisse cacciato dal Parlamento?».
Allora Rensù, ancora una volta commosso profondamente, si recò alla sede PD: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Rensù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Civati: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro mesi». Gli disse Rensù: «Non ti ho detto che, se ubbidirai, rivedrai a fine mese il tuo stipendio?». Tolsero dunque la pietra. Rensù allora alzò gli occhi e gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto politico uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Rensù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei forza-italioti alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai lettiani e riferirono loro quello che Rensù aveva fatto.
Allora il Presidente della Repubblica e i lettiani riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno gli antipolitici e distruggeranno il nostro Parlamento e le nostre lobbies».
Ma uno di loro, Caifranceschini, che era sommo ministro quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo tratti con i forza-italioti e non vada in rovina il Parlamento intero!».
Caifranceschini profetizzò che Rensù sarebbe stato tradito per il bene del PD e non soltanto per il PD, ma anche per riunire insieme i vecchi figli della DC che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo politicamente.
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