In questi ultimi anni nel panorama della destra, dalle ali più moderate, ma pure aperte a molte più alternative, far parte di un centrodestra non significa smettere di rappresentarne le innate istanze materne, ma rappresenta il naturale progresso di un partito che non ha più il torcicollo e che sa guardare al futuro di un mondo che va compreso, accettato così com’è ed aiutato in un percorso sociale contrapposto ad una politica sorda e smarrita.
Se a fare le battaglie sul palcoscenico del centrodestra lasciamo che restino solo dei manager profumatamente pagati, mass media, accademici ed intellettuali con i soliti linguaggi fumosi e politichesi, i soliti cervellotici e inconcludenti programmi, penso sia normale assistere alla solita lenta agonia di un partito che ha come immagine e sfondo l’abbandono del proprio popolo. Una visione distruttiva di questo percorso, per cui oggi se ne raccolgono pochi frutti.
Recuperiamo all’interno del contenitore di centrodestra il valore e l’utilità della nostra identità, come bastione in difesa dei diritti acquisiti dei cittadini italiani in contrapposizione allo smarrimento e al mito del “cittadino del mondo” senza radici e senza capacità di farsi sentire.
Una destra di frustrati che ha smesso di lanciare il guanto di sfida, ed oltretutto in una competizione elettorale non ha esitato nemmeno a delegittimare chiunque ha tentato di farlo, finendo di spingerli a candidarsi in altre liste, non merita neppure di essere nominata.
Una destra di frustrati che ha smesso di lanciare il guanto di sfida, ed oltretutto in una competizione elettorale non ha esitato nemmeno a delegittimare chiunque ha tentato di farlo, finendo di spingerli a candidarsi in altre liste, non merita neppure di essere nominata.
Spero giunga anche ai piani alti questa personale protesta.
E’ finita il tempo dell’essere nel centrodestra lo zerbino di tutti. Dimostriamo ora di essere diversi. Se cerchiamo di piacere agli altri, finiamo col non piacere a nessuno, tanto meno al nostro popolo. zac
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