La solidarietà si accompagna quasi sempre a forme di povertà
materiale e sociale, a privazione di pancia e a difficoltà psico-fisiche poco competitive,
e pertanto non può essere qualcosa d’importanza secondaria e poi essere anche confinata
nel recinto dell’indifferenza.
La precarietà merita sostegno perché oltre ad abbassare il
salario produce miseria sotto l’aspetto quantitativo, nonché austerità che
incide sul livello qualitativo della vita. E giorno dopo giorno si accumula e
cresce ansietà e turbamento, e alla fine si finisce di cadere in un circolo di preoccupazione
e disperazione senza più trovare una via d’uscita.
Ma c’è anche di peggio e più penoso: il calvario della
disoccupazione che uccide. E non solo uccide, ma toglie ogni speranza, toglie
la possibilità di immaginare il futuro e di fare sogni, e sulla soglia della
povertà spegnersi ogni luce in fondo al tunnel delle aspettative umane.
Ci parlano di lavoro giusto e di posto fisso, di industria e
di tecnologia, di produzione sostenibile e di consumo consapevole, di grande distribuzione
e di prospettive futuristiche, ma nel frattempo ci costringono a subire le
logiche criminali delle filiere e dei caporalati, i sistemi liberisti e i
profitti padronali, i sistemi di sfruttamento delle ricchezze e quelli assurdi
della grande distribuzione.
E in effetti i dati raccontano una realtà ben diversa: parlano
di una disoccupazione giovanile che non studia, non lavora più e ha rinunciato
a cercare un’occupazione, della diffusione di forme di contratto precarie e
senza tutele, testimoniata dallo sfrenato utilizzo dei voucher e dal ritorno
del lavoro “a cottimo”, dell’esorbitante numero di giovani che lasciano questo
paese per cercare all’estero opportunità di lavoro.
Questa generazione di working poor non merita il muro dell’indifferenza,
ma vale rispetto e la nostra piena solidarietà. Forza ragazzi ! zac
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